Il podcast per le aziende: farsi ascoltare è farsi vedere (sul mercato)
Negli ultimi anni, anche in Italia, sta diventando uno strumento di comunicazione sempre più popolare.

Parlando della mascotte di Italia ’90 voglio mostrarti quanto contano le attività di naming e branding nel rendere memorabile un evento.
Aggiornato al 12 giugno 2020.
L’estate del 1990 per me fu quella dell’esame di terza media. Il tema della mia tesina, molto in voga all’epoca, era l’ecologia (oggi si direbbe “sostenibilità ambientale”). A scuola ci insegnavano a non usare bombolette spray perché inquinavano, “Ti pretendo” di Raf spopolava nelle radio e Giuseppe Tornatore si era appena portato a casa l’Oscar per “Nuovo Cinema Paradiso”.
L’estate del 1990 fu anche l’estate del Campionato Mondiale di calcio noto come Italia ’90.
Quale immagine ti viene in mente se pensi a questo evento? Gli occhi sgranati di Totò Schillaci? Le lacrime di Maradona?

A me viene in mente l’immagine della mascotte che, quell’estate, era praticamente dappertutto, dalle t-shirt ai cappellini, dalle spillette alle carte telefoniche.

Riflettendo sul naming e branding di questo evento ho trovato 6 curiosità che forse non sapevi sulla mascotte di Italia ’90.
La cerimonia inaugurale della quattordicesima edizione del Campionato Mondiale di calcio, organizzato dalla FIFA, si svolse l ’8 giugno 1990 allo stadio Meazza di Milano.
Subito dopo, la prima partita: Argentina-Camerun. Per la cronaca: la squadra di Diego Armando Maradona perse per 1 a 0.
Ti ricordi quale nazione conquistò la Coppa del Mondo?
Per rivedere la diretta dell’apertura trasmessa su Rai Due (inclusi gli spot pubblicitari d’annata) clicca qui sotto e… prepara i fazzoletti!
https://youtu.be/6FWgFjqSj1o
E tu avevi seguito in diretta i Mondiali di calcio Italia ’90?
Com’erano le tue “notti magiche”? Scrivimi!
Negli ultimi anni, anche in Italia, sta diventando uno strumento di comunicazione sempre più popolare.
Ogni volta che entravo nella sede di un importante gruppo storico del settore elettrico, con il quale qualche anno fa ho collaborato, il pensiero che quelle stanze potessero diventare un museo si faceva ogni volta più forte. Le sale dell’austero palazzo anni ’30, imponenti e severe, con le pareti tappezzate di foto di vecchi impianti, […]